Arte ed economia, il saggio di Zorloni
Mercati, strategie e star system
di Paolo Di Vincenzo

L'economia dell'arte contemporanea è motivo di discussione (e anche di forti investimenti) almeno dall'inizio del secolo scorso. Un tema che ha dato vita a polemiche furiose e che oggi, con la crisi che attanaglia il mondo occidentale, diventa ulteriormente interessante.
"L'economia dell'arte contemporanea" è il titolo del saggio di Alessia Zorloni, edito da Franco Angeli (224 pagine, 27 euro), con una prefazione di Federico Lalatta Costerbosa.
Il sottotitolo, forse, è ancora più esplicativo: "Mercati, strategie e star system".
L'autrice, ricercatrice al Boston Consulting Group di Milano si è specializzata in Arts Management alla City university di Londra.
Zorloni analizza il tema attraverso cinque capitoli, uno più incisivo dell'altro. Si va dall'Economia creativa tra cultura, innovazione e competitività al Sistema dell'arte contemporanea, dai Mercati dell'arte contemporanea e i settori di supporto a Valore e strategie di valorizzazione, da Collezionismo: motivazioni e modelli di consumo alle due appendici: Le quotazioni dei principali artisti contemporanei e I record dell'arte contemporanea.
Un manuale utilissimo per chiunque operi nel settore dell'arte, dal gallerista al direttore di museo, dal collezionista all’artista. E con la forza dei numeri vengono forniti argomenti incontestabili.
Per fare un solo esempio l’adagio popolare secondo il quale l’Italia è “seduta” su un tesoro inestimabile che non viene sfruttato come si potrebbe, trova nel saggio di Alessia Zorloni una dimostrazione precisa.
L'Italia con un contributo del settore culturale al Pil pari a 39,7 miliardi di euro (e cioè al 2,6% del Pil nazionale) è uno dei Paesi con il più alto numero di lavoratori in questo settore: circa 550.000.
L'Italia, inoltre, possiede il più ampio patrimonio culturale a livello mondiale con oltre 3.400 musei, circa 2.100 aree e parchi archeologici e 43 siti Unesco. Nonostante questi dati di assoluto primato, uno studio calcola che il Rac (il ritorno sugli asset culturali) ovvero il rapporto tra ricavi da merchandising e i siti Unesco, è per l'Italia notevolmente inferiore a quello di altri Paesi. Il Rac degli Stati Uniti, spiega ancora Zorloni, è 16 volte quello italiano mentre il Rac della Francia e del Regno Unito è tra 4 e 7 volte il nostro. A fronte della ricchezza del patrimonio culturale italiano, rispetto alle realtà estere esaminate, emergono enormi potenzialità di crescita non ancora valorizzate.
In Italia la spesa pubblica per la cultura è tre volte inferiore a quella dei principali Paesi europei e risulta in costante flessione.
Nonostante ciò con un investimento di soli 1,7 miliardi di euro il nostro Paese ottiene un contributo al Pil pari a 39,7 miliardi, con un moltiplicatore dell'investimento pari a 23,3. Se l'Italia investisse una somma pari alla media di quanto messo a disposizione da parte di Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna (6,65 miliardi di euro) il potenziale economico arriverebbe a 155 miliardi di euro.
Ma il libro è una miniera di dati e considerazioni di rilievo. Dopo aver spiegato la natura economica dei beni artistici: da bene di lusso a bene rifugio, per esempio, Zorloni analizza l’offerta e la segmentazione del mercato, i settori di supporto e l’impatto economico (dall’editoria alle fiere, dagli art advisory ai servizi offerti). Non manca, infine, l’approfondimento su un caso, quello di Maurizio Cattelan ritratto nel paragrafo La nascita di una star.